MARIA BEATRICE FAILLA



Maria Beatrice Failla è ricercatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino, dove insegna museologia e storia del restauro. Dopo la laurea in storia della critica d'arte con una tesi sulle collezioni del principe Emanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia negli anni venti del Seicento, ha conseguito il diploma di specializzazione con una tesi in storia del restauro e il dottorato di ricerca con uno studio sulle collezioni sabaude nella prima metà del Seicento.
Ha collaborato con la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed etnoantropologico del Piemonte e con la Soprintendenza per il Patrimonio Artistico della Regione Valle d'Aosta in progetti di studio, catalogazione e indagine museologica su alcune residenze sabaude, tra cui il Palazzo Reale di Torino, il Castello Reale di Sarre e la Palazzina di Caccia di Stupinigi. E' inoltre impegnata nella realizzazione del progetto di ordinamento per il costituendo museo del Priorato di Sant'Orso ad Aosta. Ha partecipato come consulente scientifico a diverse mostre sulla cultura figurativa del XVII secolo in Piemonte. Quale responsabile dell'unità di ricerca dell'Università degli Studi di Torino coordina dal 2006 un progetto PRIN sulla storia del restauro in Piemonte tra il XVII e il XX secolo e dal 2008 il progetto "Cultura del restauro e scelte museologiche a Torino tra XIX e XX secolo" sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e dell'Associazione Giovanni Secco Suardo.




Storia delle collezioni e storia dell'arte. Ordinamenti museali in Italia tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del Novecento: Firenze, Torino, Napoli.



Tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta del secolo scorso il dibattito museologico italiano, ormai oltrepassata la stagione dei "Musei della Ricostruzione", si avvia verso nuove riflessioni. Parallelamente al configurarsi dell'asse museo-territorio, sostenuto dalle aperture verso gli studi dedicati al contesto geografico inteso come riferimento indispensabile per la comprensione dei fatti artistici e sviluppato dalle ricerche di Bruno Toscano in Umbria, di Andrea Emiliani a Bologna e dal lavoro di Giovanni Romano in Piemonte, il museo intensifica le riflessioni sulla storia delle sue collezioni e del suo percorso identitario e istituzionale. La serie di mostre inaugurate a Palazzo Pitti da Sandra Pinto rappresenta, come intuì lucidamente Adalgisa Lugli, un primo esempio di perfetta coincidenza tra analisi storica dedicata alle collezioni e proposta museografica. Direttore della Galleria d'Arte Moderna e di Palazzo Pitti dal 1970, la Pinto dà inizio a uno strutturato lavoro di ricognizione filologica sulle collezioni ottocentesche in gran parte emigrate dal complesso museale di Palazzo Pitti. Le esposizioni Cultura neoclassica e romantica nella Toscana granducale, Sfortuna dell'Accademia (1972) e Curiosità di Una Reggia (1974), propongono le basi metodologiche per il riallestimento e il riaccorpamento delle collezioni, inaugurando un rigoroso processo di rivalutazione di un contesto fortemente segnato dai pregiudizi novecenteschi sulla cultura figurativa legata all'Accademia granducale che avevano generato rigidi criteri di selezione e di epurazione nella presentazione delle raccolte. L'esigenza di ripensare ai criteri di ordinamento dei grandi musei d'arte sulla base di nuovi percorsi suggeriti dalla storia del collezionismo, che trovava nel frattempo nuovi spunti in Italia grazie alla diffusione dei testi di Francis Haskell e agli studi di Paola Barocchi, emerge tra i temi di dibattito del convegno dedicato nel 1982 alla ricorrenza del quarto centenario degli Uffizi. Le sollecitazioni che derivavano dallo studio più approfondito della provenienza collezionistica delle opere, del variare delle modalità espositive e di fruizione, degli interventi di conservazione succedutisi nel tempo, alimentano la consapevolezza che la tradizionale tassonomia per epoche e per scuole non fosse l'unica alternativa di ordinamento possibile all'interno dei musei. Il progetto museologico di "ripercorrere nell'itinerario di visita le origini e lo sviluppo delle collezioni secondo un binario storico che corre in parallelo sfalsato rispetto alla storia dell'arte" (Pinto, 1990) trova un esito significativo a Torino in occasione del riordinamento delle raccolte della Galleria Sabauda, promosso da Giovanni Romano, progettato da Sandra Pinto e attuato da Cristina Mossetti e Paola Astrua in un primo segmento, da Michela di Macco in tre successivi segmenti negli anni della sua direzione e concluso dal direttore Paola Astrua negli anni della soprintendenza di Carla Enrica Spantigati. Il progetto, messo in opera tra il 1987 e il 1996, poneva in sequenza nell'itinerario del museo la storia delle collezioni e lo sviluppo dell'istituzione e ridefiniva il percorso delle collezioni sabaude restituendo le anime identitarie della Galleria, dall'origine delle raccolte come costola del collezionismo dinastico, all'identità ottocentesca di pinacoteca nazionale, conservando come nucleo a sé stante il lascito novecentesco di Riccardo Gualino. In dialogo e in successione con l'ordinamento torinese Nicola Spinosa presenta inoltre nel 1995 le raccolte di Capodimonte ricomponendo il nucleo della collezione Farnese e rievocando le diverse identità dell'istituzione, dal Reale Museo Borbonico ottocentesco alla Galleria Nazionale dedicata alla pittura napoletana degli anni cinquanta del novecento. Si presentava di conseguenza negli anni novanta una nuova forma museale che associava in maniera sincronica gli sviluppi della storia dell'arte e le diverse anime del museo e che può costituire un modello di riflessione metodologica. Analizzato dal punto di vista della storia collezionistica, della sua identità istituzionale, dell'interazione tra il sedimentarsi degli ordinamenti storici e la sede architettonica, il museo diviene infatti un documento storico da preservare filologicamente e da presentare sovrapponendo la visione contemporanea delle raccolte e della storia dell'arte a quelle precedenti, con la previsione di aggiungere in futuro, in maniera stratigrafica, nuovi livelli di lettura.